visione (1)

Taranto non ha bisogno di un’altra promessa. Ha bisogno di capire davvero chi è, cosa possiede e cosa sta sprecando.
Da anni parliamo di rilancio, bonifiche, porto, aeroporto, università, turismo e nuova industria. Ogni volta con grandi annunci, tavoli tecnici, bandi e proclami. Poi, alla fine, resta sempre la stessa domanda: ma qual è il piano?
 
La verità è che a Taranto è mancato un approccio scientifico alle decisioni. Abbiamo gestito il territorio per emergenze, compromessi e picconate, quasi mai partendo dai dati e quasi mai ascoltando in modo strutturato chi quel territorio lo vive ogni giorno.
Per questo, prima ancora di parlare di progetti, servirebbe un report indipendente sulle potenzialità e sulle sottoutilizzazioni del territorio, affidato a società specializzate in analisi territoriali e ranking internazionali, come PwC o altri operatori di questo livello.
 
Ma attenzione: non un report calato dall’alto e chiuso dentro una presentazione.
Dovrebbe essere costruito insieme alle espressioni reali della comunità: imprese, associazioni di categoria, associazioni culturali e ambientali, università, scuole, istituzioni locali e regionali, professionisti, lavoratori e giovani. Perché i dati raccontano una parte della verità, ma la comunità conosce bisogni, ostacoli, competenze e opportunità che spesso non finiscono in nessuna tabella.
Solo mettendo insieme analisi oggettiva e conoscenza diffusa possiamo individuare le necessità reali e capire quali asset materiali e immateriali dobbiamo sviluppare.
Non partire dai progetti.

Partire dai bisogni, dalle potenzialità e dalle evidenze.
L’Ilva è l’esempio più evidente degli errori commessi. Per decenni abbiamo confuso il lavoro con la salute, ignorando costi ambientali, sociali ed epidemiologici. Oggi che il vecchio modello industriale mostra tutti i suoi limiti, ci ritroviamo divisi tra nostalgia e rabbia, senza una vera alternativa costruita per tempo.
Lo stesso vale per il porto e per l’aeroporto.
Il porto ha dimensioni e potenzialità enormi, ma senza collegamenti ferroviari adeguati, una strategia logistica chiara e un rapporto più forte con il tessuto produttivo resta un’opportunità utilizzata solo in parte. L’aeroporto, invece, non può essere rilanciato “perché sarebbe bello”: serve capire se ha senso puntare su cargo, logistica aerospaziale, servizi specialistici, formazione o altro. Altrimenti rischia di rimanere una pista in una posizione strategica, ma senza una funzione precisa.
Un ranking serio del Mediterraneo ci obbligherebbe a guardarci allo specchio. Un confronto reale con Marsiglia, Salonicco, Valletta, Gioia Tauro e gli altri territori che oggi competono meglio di noi.
 
Dovremmo chiederci senza retorica:
dove siamo posizionati davvero?
Quali investimenti riusciamo ad attrarre?
Quali infrastrutture e competenze ci mancano?
Quali asset abbiamo e non stiamo valorizzando?
Perché un’impresa dovrebbe scegliere Taranto invece di un altro territorio?
 
E soprattutto: quanto ci costa continuare a improvvisare?
I fondi pubblici, europei e nazionali non possono più essere distribuiti a pioggia o usati per tenere artificialmente in vita modelli non sostenibili. Devono seguire una logica di ritorno economico, ambientale e sociale.
Sull’ex area Ilva, ad esempio, non si tratta di scegliere ideologicamente tra “salvare tutto” e “chiudere tutto”. Si tratta di capire cosa può funzionare davvero: economia circolare, idrogeno verde, riconversione industriale, bonifiche, produzione energetica dal mare, nuove filiere produttive. E investire prima di tutto sulle persone, sulla formazione e sulle nuove competenze.
Anche l’università dovrebbe cambiare ruolo. Non un semplice presidio da riempire, ma un centro di eccellenza sulla blue economy, sulle tecnologie ambientali, sulla rigenerazione costiera e sulla bonifica dei territori industriali. Taranto potrebbe diventare un laboratorio internazionale proprio partendo dalle sue ferite.
Ma uno sviluppo credibile deve muoversi in due direzioni.
Dall’alto, servono strategia, infrastrutture, semplificazione e capacità di attrarre imprese e investimenti.
Dal basso, servono strumenti concreti per far nascere e crescere nuovi progetti espressione della comunità locale: imprese sociali, cooperative, startup, attività culturali, filiere artigianali, turismo sostenibile, servizi per i cittadini.
 
Se manca la visione, il territorio resta fermo.
Se manca la comunità, lo sviluppo resta imposto e fragile.
La conclusione, per me, è semplice: o diventiamo scientifici e partecipativi, o continueremo a perdere tempo.
Basta discussioni da bar e decisioni prese sull’onda emotiva del momento. Servono dati, ascolto, benchmark, scenari, costi-benefici e condizionalità precise. Prima si individuano i bisogni reali, poi si costruiscono i progetti. Prima si fanno i compiti a casa, poi si chiedono le risorse.
Perché Taranto non ha bisogno di essere compatita.
Ha bisogno di essere conosciuta, valorizzata e governata con coraggio, competenza e visione.
E il futuro non si improvvisa: si progetta insieme.
 
 
 
 
 
 
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